[1908] • JUAN PABLO II (1978-2005) • LA ATENCIÓN A LOS MORIBUNDOS

Del Discurso Illustri Membri, a la Asamblea Plenaria de la Academia Pontificia para la  Vida, 27 febrero 1999

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4. “La dignidad del moribundo” está enraizada en su índole de criatura y en su vocación personal a la vida inmortal. La mirada llena de esperanza transfigura la decadencia de nuestro cuerpo mortal. “Y cuando este ser corruptible se revista de incorruptibilidad y este ser mortal se revista de inmortalidad, entonces se cumplirá la palabra de la Escritura: la muerte ha sido absorbida por la victoria” (1 Co 15, 54; cf. 2 Co 5, 1).

Por tanto, la Iglesia, al defender el carácter sagrado de la vida también en el moribundo, no obedece a ninguna forma de absolutización de la vida física; por el contrario, enseña a respetar la verdadera dignidad de la persona, que es criatura de Dios, y ayuda a aceptar serenamente la muerte cuando las fuerzas físicas ya no se pueden sostener. En la encíclica Evangelium vitae escribí: “La vida del cuerpo en su condición terrena no es un valor absoluto para el creyente, sino que se le puede pedir que la ofrezca por un bien superior. (...) Sin embargo, ningún hombre puede decidir arbitrariamente entre vivir o morir. En efecto, sólo es dueño absoluto de esta decisión el Creador, en quien “vivimos, nos movemos y existimos” (Hch 17, 28)” (n. 47)[2].

De aquí brota una línea de conducta moral con respecto al enfermo grave y al moribundo que es contraria, por una parte, a la eutanasia y al suicidio (cf. ib., 66)[3], y, por otra, a las formas de “encarnizamiento terapéutico” que no son un verdadero apoyo a la vida y a la dignidad del moribundo.

Es oportuno recordar aquí el juicio de condena de la eutanasia entendida en sentido propio como “una acción o una omisión que, por su naturaleza y en la intención, causa la muerte, con el fin de eliminar cualquier dolor”, pues constituye “una grave violación de la ley de Dios” (ib., 65)[4]. Igualmente, hay que tener presente la condena del suicidio, dado que, “bajo el punto de vista objetivo, es un acto gravemente inmoral, porque conlleva el rechazo del amor a sí mismo y la renuncia a los deberes de justicia y de caridad para con el prójimo, para con las distintas comunidades de las que se forma parte y para la sociedad en general. En su realidad más profunda, constituye un rechazo de la soberanía absoluta de Dios sobre la vida y sobre la muerte” (ib., 66)[5].

[2]. [1995 03 25b/ 47]

[3]. [1995 03 25b/ 66]

[4]. [1995 03 25b/ 65]

[5]. [1995 03 25b/ 66]

4. “La dignità del morente” è radicata nella sua creaturalità e nella sua vocazione personale alla vita immortale. Lo sguardo pieno di speranza trasfigura il disfacimento del nostro corpo mortale. “Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità si compirà la parola della Scrittura: la morte è stata ingoiata per la vittoria” (1 Cor 15, 54; cfr 2 Cor 5, 1).

La Chiesa, pertanto, nel difendere la sacralità della vita anche nel morente, non obbedisce ad alcuna forma di assolutizzazione della vita fisica, ma insegna a rispettare la dignità vera della persona, che è creatura di Dio, ed aiuta ad accogliere serenamente la morte quando le forze fisiche non possono più essere sostenute. Ho scritto nell’Enciclica Evangelium Vitae: “La vita del corpo nella condizione terrena non è un assoluto per il credente, tanto che gli può essere richiesto di abbandonarla per un bene superiore... Nessun uomo, tuttavia, può scegliere arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è padrone assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28)” (n. 47)[2].

Di qui promana una linea di condotta morale verso il malato grave e il morente che è contraria, da una parte, all’eutanasia e al suicidio (cfr ibíd., n. 66)[3] e, dall’altra, a quelle forme di “accanimento terapeutico” che non sono di vero sostegno alla vita e alla dignità del morente.

È opportuno qui richiamare il giudizio di condanna dell’eutanasia intesa in senso proprio come “un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore”, in quanto costituisce “grave violazione della Legge di Dio” (ibíd., 65)[4]. Ugualmente deve essere tenuta presente la condanna del suicidio in quanto “sotto il profilo oggettivo è un atto gravemente immorale, perchè comporta il rifiuto dell’amore verso se stessi e la rinuncia ai doveri di giustizia e carità verso il prossimo, verso le varie comunità di cui si fa parte e verso la società nel suo insieme. Nel suo nucleo più profondo esso costituisce un rifiuto della sovranità assoluta di Dio sulla vita e sulla morte” (ibid., 66)[5].

[2]. [1995 03 25b/ 47]

[3]. [1995 03 25b/ 66]

[4]. [1995 03 25b/ 65]

[5]. [1995 03 25b/ 66]

 

© Javier Escrivá-Ivars y Augusto Sarmiento. Universidad de Navarra. http://www.unav.es/matrimonioyfamilia